Fiume Sangro; 9 marzo

Lo so, e bello leggere di avventurose pescate, mostrare foto di catture meravigliose e di fiumi limpidi e ricchi di pesce. Ma io vivo qui, in Abruzzo e da noi non va sempre cosi. Oddio, con questa mia mania di voler fare le prime uscite in acque libere e non ripopolate, è anche vero che me lo vado cercando io il “cappottone” e con questo caldo tanto piacevole non è. Però, tutto sommato, ma chi se ne frega, mi sono crogiolato al sole di questa mia meravigliosa terra, il resto è relativo. Comunque piccola cronaca della seconda uscita dell’anno.

Mancano ancora pochi minuti alle 7 del 9 di marzo, dovrei indossare il pigiamone di felpa, morire di freddo e cercare di scaldarmi con un caffè bollente invece si sta bene, forse troppo, anche pescare con il freddo ha la sua poesia. Alle sette e mezza sono pronto, esco ed è primavera. Pentax Digital Camera

Sole, 12°C la temperatura, brezzolina tiepida e le vette della Majella con pochissima neve. Potrei anche starmene a casa, oggi troverò acqua di neve. Ma non importa, ho bisogno di qualche ora di svago mentale.

Senza fretta salgo ad Ateleta, passando da Guardiagrele. Dopo Quadri non incontro più nessuno e posso percorrere la disastrata strada fino alla stazione di Gamberale senza fretta e senza dare fastidio a nessuno. Mi accorgo che quando puoi soffermarti sui particolari scopri angoli fantastici che non avevi mai notato prima. Comunque alle 9 sono ad Ateleta per l’immancabile sosta al panificio dove acquisto 4 chili dell’ottimo pane che fanno quassù. Adesso sarebbe quasi ora di iniziare a pescare. Pochi chilometri, fino alla vecchia stazione di San Pietro Avellana, e inizio la mia lotta con gli stivali che di entrare non ne vogliono proprio sapere. Dopo qualche minuto riesco ad uscirne vincitore e arrivo fino al ponte per vedere le condizioni del Sangro sperando che le mie pessimistiche previsioni vengano smentite.

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Nessuna smentita, acque bianche e veloci. Non importa scendo ugualmente.

Inizio a fare passate poco convinte, assorto nei miei pensieri, sobbalzo a sentire dei passi dietro di me, maledetti cinghiali!!! A siete voi, con un sospiro di sollievo, sono due forestali che sono scesi a controllarmi, la cosa non mi dispiace. Prendo il versamento e i documenti, vedono la mia patacca da guardia ittica del WWF, e iniziamo a parlare di clima, fiumi senza più trote, e mancanza di ricambio generazionale, “possiamo fare delle foto?”  mi chiedono, “ma certo nessun problema, altri 20 minuti senza pescare. Dopo più di mezz’ora salutano e vanno via. Io riprendo a pescare pensando alle loro parole …… fiumi senza trote. Dopo un’ora di tentativi inutili e con l’acqua sempre più bianca ed alta, chiudo la teleregolabile e raggiungo la dismessa ferrovia per tornare in auto.

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Un caffè e riprendo la strada verso la val di Sangro, indeciso tra il tornarmene a casa o provare a Villa Santa Maria. Opto per la seconda proposta, più per la bellezza del posto che per la voglia di pescare.

 

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Ma il fiume non mi concede molte possibilità e dopo un ora passata inutilmente a sondare le correnti più tranquille e le buche laterali decido che posso tornarmene a casa, faccio ancora in tempo per il pranzo.

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Apertura trota 2019

Ci sono mattine che ti alzi, senza fatica, prima che la sveglia suoni. Ti prepari un caffè e, forse per scelta, forse per un caso, decidi di partire da solo verso il fiume.

Oggi è uno di quei giorni, carico il necessario e anche il superfluo in auto e parto, Mi sembra che il mondo è più bello questa mattina, il mio animo è più bendisposto, non riesce a turbarmi nemmeno questo catorcio che mi precede a 20 all’ora e non riesco a sorpassare, alla guida il famoso vecchio col cappello che mi ha praticamente tagliato la strada alla rotonda, più di 10 km fa.

Oggi non ci sono storie da ascoltare, solo pensieri, ricordi e progetti a farmi compagnia mentre, con calma, lascio la valle ed imbocco la provinciale che mi porta verso il fiume.

Attraverso raiano, che il sole è già alto e i 2°c di questa mattina sono diventati 6. Oggi sarà una bella giornata. In piazza c’è il mercato, i mercati di paese hanno quel fascino antico e particolare, nessuna insegna, nessun fronzolo, solo la voce dei venditori che rompono il silenzio del mattino, Uno dei piaceri dell’andare a pesca da solo sta nel riuscire ad osservare e godere dei particolari, senza nessuno che possa distrarti dal tuo pensiero.

Vorrei fermarmi e stare tutta la mattina tra questa gente ma il sole sempre più caldo mi riporta alla realtà; premo sull’acceleratore e proseguo verso Molina.

Erano anni che non tornavo su questo fiume, ma è doveroso dedicare a questo grande maestro il ritornato amore per l’acqua che scorre. E, mentre mi perdo nei miei pensieri, mi avvicino al ponte sull’ Aterno, rallento, ho l’assurdo timore di non trovare il fiume al suo posto, Invece eccolo, sempre qui, accarezzato dal sole prima di sparire nella suggestiva gola di San Venanzio. Gli ultimissimi chilometri prima di parcheggiare li faccio con la stessa impazienza che avevo da ragazzo quando riuscire a raggiungere il fiume era già un’impresa. Parcheggio e inizio a prepararmi, un rituale compiuto centinaia di volte ma oggi è tutto come fosse nuovo, tutto tremendamente affascinante. Indossare gli abiti da pesca mi dà un senso di forza e sicurezza che nella vita di ogni giorno non esiste. Imbocco il sentiero che scende verso l’argine, solo il rumore di qualche roditore nel sottobosco rompe la quiete; mi fermo un istante e inspiro profondamente quell’aria umida e carica del profumo del fiume.

Non sono mai preparato alla bellezza di un corso d’acqua, ogni volta un particolare della sponda o il semplice colore dell’acqua riescono a stupirmi.

 

Innesco un lombrico, una controllata alla frizione e si comincia.

Il galleggiante segue la corrente, trattengo leggermente dove penso si nasconda un pesce, una due, tre passate poi finalmente una tocca, trattengo, concedo qualche attimo, il sughero affonda, ferro, c’è!

Una breve lotta e un modesto cavedano raggiunge la sponda.

Nel frattempo mi si è avvicinato un vecchio amico, Gabriele, ha avuto un infarto qualche anno fa, per fortuna si è ripreso bene ed è tornato anche lui a pesca. Ci crogioliamo al sole raccontandoci storie di pesca e di vita per quasi un’ora poi ci si saluta per tornare a pescare. Lui e suo figlio si spostano a valle, ora sono davvero solo, il re del Fiume.

Pesco a scendere, trote non ne abboccano ma non importa sono troppo felice nel rivedere i vecchi spot.

Per pescare nella buca a monte del ponte devo scendere in acqua. Entrare nell’elemento liquido è come avere un rapporto intimo con il fiume, che immancabilmente mi mette un pò in soggezione.

La sensazione dell’acqua che avvolge gli stivali è unica, sempre nuova ma rassicurante e familiare, un po’ come quando tornavo, alla chiusura delle scuole, nella casa dei nonni per le vacanze estive.

In questa buca quante trote ho preso, quest’anno però non ottengo risultati. Decido di tornare sui miei passi e pescare a risalire.

 

La mattina scorre, serena e piacevole, solo due triotti hanno mostrato interesse per la mia esca ma già camminare da solo, accanto al fiume, è appagante quanto una cattura. Cammino, mi fermo ad osservare la natura, mi accorgo di un particolare che non avevo mai notato e scatto qualche foto, mi allieterà quando sarò vecchio e dovrò smettere di pescare.

 

Sono arrivato dove ho iniziato questa mattina, impossibile che questo posto mi abbia regalato solo un cavedano. Ci riprovo, alzo il fondo, raggruppo i piombi verso il basso, innesco un lombrico nuovo, succulento e stimolante e delicatamente appoggio la lenza qualche metro a monte della buca, ai bordi della corrente. Cerco di far muovere il tutto con la massima naturalezza, trattenendo quel minimo indispensabile per far arrivare l’esca prima dei piombi. Il lombricone arriva nei pressi dell’arbusto sommerso, non passa inosservato, un pinnuto mangia facendo affondare il galleggiante. Do una ferrata decisa, preso. Inizia una bella battaglia con un pesce forte e pieno di energia, lo porto a riva e lo prendo delicatamente con le mani bagnate, una fario, una bella fario che sicuramente vive nel fiume da qualche tempo. Un paio di foto e poi, dopo una lieve carezza, la metto in acqua, la faccio ossigenare e gli rendo la meritata liberta.

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Mi fermo un attimo, sorrido, sono felice.

Risalgo ancora qualche centinaio di metri, i posti a monte sono poco interessanti, Attraverso un breve sentiero, opera dei cinghiali, e guadagno la carrareccia che mi riporta alla macchina.

Mi sposto verso valle per un paio di km, ci sono vecchi spot che voglio rivedere. E’ cambiato un po’ tutto, in peggio, forse colpa dell’livello dell’acqua, già basso nonostante siamo ancora a marzo, speriamo in qualche pioggia. Pesci ce ne sono, allineati in fila nell’acqua bassa e limpida della sponda opposta, riesco a lanciare nella correntina che porta il cibo direttamente nella loro bocca, 1,2,3 …. 100 volte ma il risultato è sempre lo stesso, quando arriva la mia esca si spostano con eleganza e la lasciano passare, e intanto si è fatta già l’una. Mi viene in mente che in auto ci sono una birra ed un pezzo di ottima pizza cucinata da mia moglie. Mi lavo le mani e torno in auto.

Mangio con gusto, non mi ero accorto che avevo fame, nel frattempo penso a come continuare la giornata. Intanto riscendo a Raiano.

Poco prima del paese ritrova il segnale della 3. Il cellulare alterna gli avvisi di WhatsApp a quelli di messenger, ai messaggi, ai like di fb, e io penso, che palle!!!

Però devo arrendermi al progresso e ammettere che la sua utilità questo infernale apparecchio ce l’ha. Chiamo mia moglie e poi accosto per sentire Giulio che ha aperto nella riserva di Raiano, come è andata?, niente di che, trote estramamente svogliate.

Sono le 14, accarezzo l’idea di tornare a casa, devo ammettere che mi sono stancato. Riparto ma sotto Vittorito dopo il ponte sul fiume, quasi senza pensarci giro a destra e scendo sul fiume, ma giusto un’ora, per dire che sono andato anche nel tratto gestito. Posti bellissimi e nonostante l’ora, il caldo e l’acqua di neve catturo la seconda fario della giornata, Una stretta allo stomaco e inizia la lotta, sono 40 anni che pesco ho catturato centinaia, forse migliaia di pesci di varie specie e dimensioni ma non sono mai preparato, quella sensazione di vivo dall’altra parte della lenza è sempre nuova ed unica, la trota arriva tra le mie mani, sembra la fotocopia di quella di stamattina, non la sacrifico nemmeno per una foto, senza tirarla fuori dall’acqua la slamo e gli rendo la libertà.

Adesso, posso tornare a casa. Sono uscito con una temperatura di 2°c torno a maniche corte con 24°c, nemmeno il meteo è più quello di una volta.

2 Aprile 2016 – Molina Aterno

Strana giornata stamattina, temperatura oramai primaverile ma cielo coperto e grande umidità il tutto condito da qualche goccia di pioggia. Non importa andiamo. Andiamo si, ma dove? Mentre i preparo ipotizzo, decido, cambio parere… che palle!!! Alla fine opto per Molina Aterno. Mi avvio con molta calma, non ho la minima idea di quello che mi aspetta. Non piove da una settimana e di neve in scioglimento ce n’è veramente poca. Le condizioni dei fiumi dovrebbero essere buone. Arrivo a Molina in meno di un’ora e vedo subito che lo stato del fiume è ottimale, acque regolari e limpide. Finalmente!!!. Attraverso il passaggio a livello e prendo la sterrata immediatamente a destra delle sbarre. Percorro un centinaio di metri e parcheggio in corrispondenza della stazione ferroviaria. Il tempo di armarmi e parto immediatamente alla volta del fiume.

 

Innesco due camole ed inizio una passata seguendo la corrente del fiume sul bordo esterno della buca. A fine passata il galleggiante viene trascinato sott’acqua con decisione. Una breve lotta e  …. un bel cavedano viene a farsi fotografare.

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Lo rilascio dopo averlo fatto riprendere e ricomincio a pescare. La “peretta” affonda di nuovo e,  un altro cavedano. e poi un altro ed un altro ancora.

Dopo un po’ la frenesia alimentare dei cavedani si calma e decido di iniziare a risalire. Catturo ancora cavedani, al settimo decido di spostarmi giù a Raiano e tentare qualche trota pomeridiana. Il tratto di Aterno a Molina esteticamente resta uno dei miei preferiti ma, la scarsa presenza di trote non giustifica i 61 km da percorrere per arrivarci. Penso che per quest’anno con Molina ho chiuso. Peccato.

Nel primo pomeriggio sono sceso a Raiano. ma questa è stata tuta un’altra storia fatta di trote, tante, cavedani ed amici. Ho rivisto dopo secoli Giulio ed ho conosciuto Guido.

 

 

 

 

“Fabio, va’ piano, aspettami..”

Uno strugente brano nel quale sono inciampato mentre vagavo per la rete. Purtroppo non so chi sia l’autore.

Sebastian era arrivato da un paio di settimane, aveva fatto tre o quattro pomeriggi di pesca e avuto modo di catturare anche qualcuno dei grossi storioni appena immessi, esemplari di oltre dieci chili, anche se a nuotare nel lago ce n’erano anche di peso doppio. Sentì una voce affannata di donna gridare: “Fabio, va’ piano, aspettami..”; automaticamente si girò in direzione di quella voce. La donna doveva essere poco oltre la trentina, forse trentacinque ed era bellissima, non fosse stato per due profonde rughe che le solcavano il viso, rughe di preoccupazione e di dolore, ma gli occhi e il suo sguardo triste erano comunque straordinari. Fabio, suo figlio, evidentemente, aveva preso dalla mamma l’incredibile bellezza, solo che emanava simpatia, serenità e allegria. Gli era arrivato alle spalle di gran carriera: lui attirava i bambini, ispirava loro fiducia, solo che non era giunto correndo, ma su una carrozzella da invalidi a motore. Pochi secondi ed arrivò la madre ansimante, splendida nei pantaloni bianchi aderenti che le arrivavano poco sotto il ginocchio e la camicetta a fiori infilata in questi: un abbigliamento che ne evidenziava le forme perfette. Visto il mezzo di trasporto del ragazzino, che poteva avere undici o dodici anni, Sebastian capì il perché di quelle due rughe di sofferenza sul volto della donna. “Preso nulla?” chiese Fabio con una voce squillante come doveva essere quella degli angeli, che emanava una straordinaria, estroversa, allegria, nonostante il suo stato. “Un paio di storioni sui cinque chili” rispose l’uomo con noncuranza. “ Wow! – commentò con ammirazione il piccolo – sei proprio un figo: il pescatore più bravo del lago”. “Fabio!” lo apostrofò con voce bonariamente scandalizzata la madre: non doveva essere facile arrabbiarsi veramente con lui, un po’ per il suo stato, un po’ per la sua spontaneità e dolcezza. “Oh, non è mica un granché: qui dentro ci sono pesci che pesano quattro volte tanto”. A Fabio parve cadere la mandibola in una espressione buffa di autentico stupore: “Peccato che io non potrò mai prendere un pesce simile, neppure uno più piccolo: sai, io non sono paralizzato, potrei camminare, solo che sto morendo…”. Lo disse come una notizia marginale, senza dolore; Sebastian guardò di sguiscio la madre: le si era formato un gocciolone all’angolo dell’occhio, pareva un diamante. “Fabio…” lo richiamò ancora, ma con tono diverso da prima, più accorato e non poteva essere altrimenti. “Fabio, dobbiamo andare, fra poco arriva l’infermiera”.Devo andare, fra poco arriva l’infermiera – le fece eco il figlio – tu quando torni?”. “Dopodomani”. “Se riesco, torno a trovarti – poi abbassò la voce a un livello udibile solo dall’uomo che stava accanto a lui – e ti racconto tutto”.Va bene, sarò lieto di vederti” rispose: avrebbe voluto dire: di rivedere te e la mamma, ma non gli sembrava il caso di fare il galletto in quella situazione. Fabio tornò, sulla sua carrozzella a motore, con la madre, sempre più bella e sempre più sofferente nell’anima, lo si vedeva. “Eccomi qui, te l’avevo detto che sarei tornato a trovarti; se non fossi venuto sarebbe stato perché…” s’interruppe, guardò la madre con quel suo diamante liquido all’angolo dell’occhio e non terminò la frase. Sviarono il discorso, parlarono un po’ di pesca, di pesci, di catture, poi la donna chiese: “Fabio, lo vuoi un gelato?”. “Sì mamma, grazie, me lo vai a prendere?”. “Andiamo insieme..”. “No, dai, lasciami qui con il mio amico”. La donna parve un po’ indecisa. “Se vuole, non si preoccupi, lo guardo io e non mi dà fastidio, anzi, mi fa compagnia”. Titubante la donna si avviò al bar, sull’altra sponda del laghetto. “Ora che siamo soli ti dico tutto: sono nato con un grave difetto al cuore che mi ha fottuto sia reni che fegato: ho al massimo un mese di vita, ma pazienza: è come nella pesca, non sai mai se ti toccano cento pesci o dieci o nessuno. Io una dozzina di anni li ho vissuti, è andata così. Un po’ mi spiace per la mamma che resterà sola, ma un po’ sono contento: non ce la fa più povera donna e sono stanco anch’io delle cure”. Era incredibile: stava morendo, lo sapeva e si preoccupava per la madre. Meno male che Sebastian guardava il lago e la canna, perché anche i suoi occhi stavano diventando una miniera di diamanti. Poi la canna vibrò, Sebastian lottò e vinse contro un pesce di circa otto chili. Il bambino era pietrificato dall’emozione e dalla gioia. Sebastian rilanciò, dopo avere liberato il pesce, il bambino riprese la sua narrazione: “Sai cosa mi dispiace: non aver mai fatto l’amore, non ho neppure i peli là sotto e non mi sono mai neppure smanettato”.Fabio Andrea Battisini!” lo richiamò la madre scandalizzata, che arrivava in quel momento con in mano il gelato e una birra per Sebastian, che era astemio, ma l’avrebbe bevuta lo stesso per non offenderla… almeno un po’. Fabio Andrea eccetera la guardò con un sorriso disarmante, come se fosse stato sorpreso a rubare un biscotto dalla credenza : ”… e di non potere mai prendere un pesce così” concluse. “Non è detto – rispose Sebastian d’impulso – io, Germano il gestore e il proprietario ti potremmo organizzare una giornata tutta per te, tutta e solo per Fabio”. Il bambino spalancò la bocca in quel suo buffo modo, poi si girò, guardò la madre con aria implorante: “Posso…?”. “Fabio, non credo sia il caso: sai che devi evitare sforzi ed emozioni, che ti fa male”. Adesso era il suo turno, per la prima volta, di sintetizzare diamanti dagli occhi; Sebastian si maledisse per la sua uscita, si sarebbe staccato la lingua a morsi. La voce di Fabio si alzò di un’ottava, man non di volume: pigolava: “Dai, mamma: ci sono le medicine, e poi cosa ho da perdere: gli ultimi quindici giorni in ospedale con l’ossigeno nel naso e un pannolino al posto dei boxer?”. La donna lanciò un’occhiata non proprio amichevole a Sebastian, poi sibilò: “Va bene”, appoggiò sulla coscia dell’uomo un biglietto da visita, quindi girò la sedia a rotelle del figlio e se ne andò. Ci fu una riunione a tre fra Sebastian, Germano e il proprietario; quest’ultimo aveva fama di “avere il braccino corto”, ma era sempre stato sensibile ai disabili e ai bambini, per cui accolse favorevolmente il piano di Sebastian: il giorno di chiusura settimanale avrebbero aperto solo per lui. Il fratello di Germano era un paramedico e sarebbe stato lì, pronto, con un defibrillatore, un ambu e l’ossigeno, anche se non li avrebbe messi in mostra e tutti sarebbero stati pronti ad aiutarlo. Sebastian telefonò alla signora Battistini e le espose il piano; lei gli rispose gelida, ma accettando tutto ciò che avevano preventivato per il piccolo. Venne il giorno: Fabio arrivò con la sua carrozzina alla massima velocità: aveva le gote rosse di eccitazione e di mal di cuore. Prima di iniziare la madre gli fece ingerire un paio di pastiglie grosse come caramelle, poi Sebastian gli porse la sua canna, montata, ma non innescata, gli spiegò come farlo di persona e come lanciare. Al primo tentativo il piombo gli finì quasi sui piedi e lui esplose in una fragorosa risata d’imbarazzo, ma era un bambino da sempre abituato a lottare, ci riprovò e fece un bel lancio. Al terzo tentativo ci fu un’abboccata, ma il pesce mollò la presa; intanto, in silenzio, erano arrivati tutti gli habitué del lago: c’era Moreno, c’era Lapo, e poi Frediano, Stefano e tutti e non avevano i loro attrezzi, erano tutti lì solo per Fabio, per fare il tifo, per incitarlo con il loro calore umano. Poi ci fu quell’abboccata decisa, il bambino tirò e sentì resistenza, una grande resistenza: aveva le lacrime agli occhi, piccole lacrime, piccoli diamanti. Si girò e fece per porgere la canna a Sebastian: “No, è tuo, ce la farai da solo, perché sei forte, più forte di lui”.Ma se scappa…?”. “Se scappa, pazienza: ne prenderai un altro: capita a tutti i pescatori di perdere un pesce”. Non scappò e Fabio lo recuperò tutto da solo, fino a quando Sebastian lo prese con guadino; neppure lui aveva mai catturato uno storione simile, quasi venti chili! Forse anche i pesci volevano fare qualcosa per rendere felici gli ultimi giorni di Fabio, per dargli un’emozione mai provata, per mitigare l’ingiustizia che stava subendo dalla vita. Il bimbo era affannato, stanco dalla lunga lotta, non chiese di fare un altro lancio; ci fu la foto di rito, che avrebbero appeso al centro della bacheca apposita e poi il pesce tornò alle sue acque. La madre si appartò con Sebastian: “Sbagliavo – gli disse – grazie”, poi gli sfiorò una guancia con un bacio umido di lacrime e l’altra con una carezza. Prima di andarsene anche Fabio lo volle abbracciare e avrebbe voluto dirgli grazie, ma singhiozzava. Piangevano tutti, una dozzina di uomini adulti che singhiozzava senza ritegno. Fabio si riprese: “Grazie, torno se posso”. Non tornò più Un settimana più tardi Sebastian era appena arrivato al cancello ancora chiuso quando giunsero anche Germano e il suo datore di lavoro; notarono un cartello fatto di cartoncino appeso all’ingresso con due pezzetti di filo di ferro plastificato; diceva “Fabio non c’è più, se ne è andato sereno grazie a tutti voi. Grazie per tutto quello che avete fatto per renderlo felice un’ultima volta”. Per il proprietario, notoriamente col braccino corto, rinunciare a una giornata di apertura voleva dire perdere un incasso, ma girò il cartello e scrisse con mano tremante, senza riuscire a trattenere le lacrime: “Oggi il lago resterà chiuso per lutto. Fabio ci ha lasciati”. I clienti avrebbero capito; tutti girarono la macchina e se ne andarono. Si poteva anche rinunciare a un giorno di incasso o a una giornata di pesca, tutto, tutto per Fabio.

Fiume Sangro – tratto libero di San Pietro Avellana

Era un poco di tempo che non risalivo da queste parti. Prima di andare a pesca un giro ad Ateleta è obbligatorio. Non è cambiato quasi niente, solo il forno si è trasferito in un locale più umile e scomodo anche se più centrale, il pane e la pizza all’olio comunque restano dei capolavori. All’ingresso del parco comunale, dove la fontana continua a non funzionare, è ancora esposto l’assurdo divieto di accesso ai cani, io vieterei l’accesso ai padroni dei cani che non sono capaci di raccogliere gli escrementi dei loro amici. Noto con tristezza che sempre più famiglie mettono in vendita le loro case vacanza. Fossi per l’amministrazione comunale invece che dei cani mi preoccuperei di inventarmi qualcosa per fare in modo che i vacanzieri restassero. Comunque fatti loro.

Imbocco la strada che porta verso San Pietro Avellana, un paio di chilometri di attentati agli ammortizzatori della mia Toyota prima di arrivare al ponte sul Sangro, subito dopo la vecchia stazione ferroviaria. Il tratto a monte del ponte è stato preso in gestione dalla SIM (scuola italiana pesca a mosca), la pesca no-kill con la sola tecnica della mosca è consentita sempre ai soci SIM oppure dietro acquisto di un permesso giornaliero di 10€ ai non soci. Il tratto a valle invece resta libero e pescabile con la sola licenza di pesca.

Sono le 10 ormai, mi guardo intorno, nemmeno una macchina, nemmeno un pescatore. La cosa mi lascia l’amaro in bocca, qualche anno fa in questo periodo bisognava arrivare alle 6 per avere la speranza di poter pescare in un solo spot ancora vergine.Comunque mi butto dietro le spalle tristezze e pensieri e scendo al fiume. L’impresa non è semplicissima, i sentieri sono stati in parte cancellati dalla vegetazione, un ulteriore segno che San Pietro non attrae più i pescatori. Le acque del Sangro sono alte e veloci. Oggi sarà dura.

Decido di testare tutti i luoghi dove la forza della corrente viene smorzata da qualche ostacolo naturale. Monto una corona da 8 grammi, molto caricata in punta, ed inizio. L’assoluta assenza di tocche conferma quanto già sapevo, nessuna immissione di trote pronta pesca nemmeno in Molise. Poco male, la bellezza del fiume e l’assenza di distrazioni mi permettono di dar libero sfogo ai ricordi e di concentrarmi sull’eventuale attacco di qualche vecchia fario che sicuramente sarà sopravvissuta alle avversità.

Dopo più di un’ora di inutili tentativi una tocca repentina e violenta mi riporta alla realtà. Lascio giocare qualche secondo la trota, non troppo, cosi evito che possa ingoiare l’esca, ferro delicatamente. La reazione della trota è violenta, cerca di guadagnare il centro del fiume per sfruttare la corrente. Ho un buon terminale perciò posso forzare la mano e tirarla a riva stressandola il meno possibile. E’ una fario bellissima. L’adagio tra l’erba bagnata, il tempo di una foto, e gli rendo la meritata libertà. DSC_0012Se salite a San Pietro lei è ancora lì. Più incazzata e smaliziata che mai.

19 marzo 2016 Aterno riserva asd S. Venanzio

DSC_0005[1]Dopo la settimana di fermo a causa del maltempo, questa mattina ci ho provato e la mia tenacia è stata premiata da un Aterno in buone condizioni, con acqua non ottimale ma pescabilissima. Oggi ho voluto provare la zona a valle della riserva S.Venanzio. una zona difficile ma veramente bella. Le prime due ore di pesca sono state sconfortanti, nonostante gli spot bellissimi non sono riuscito a convincere nemmeno una trota. Poi, quando oramai avevo perso tutte le speranze finalmente la prima cattura, una bella fario seguita a ruota da altre due trote simili. Le tre ragazze sono tornate a nuotare nel loro fiume vigorose e più smaliziate di prima.

Ho avuto anche un incontro ravvicinato con una notevole signora cinghiale, con prole al seguito, non ho le foto, vista la vicinanza e il nervosismo della signora mi sono preoccupato solamente di mettermi a distanza di sicurezza nel più breve tempo possibile. Una fuga ad una velocità che non credevo più di riuscire a raggiungere.

 

 

Fiume Foro, storia di un cappotto annunciato.

Sabato 5 marzo,

Certo che lo sapevo, oggi non avrei preso niente ma ho comunque approfittato del fatto di essere solo per trascorrere una giornata sul fiumiciattolo di casa mia. Sul fiume dei chietini come lo chiamano gli stranieri. Il problema grande è che nonostante le acque basse e limpide, gli occhiali polarizzati, la massima cautela nell’avvicinamento e, il sapere dove guardare non ho visto nemmeno la coda di un solo pinnuto. Questa è la conseguenza di decenni di ripopolamenti “pronta pesca” fatti solo per accontentare quei poveracci che non capiscono la differenza tra il pescare e il catturale nei laghetti o in tratti di fiume destinati alla pesca facilitata. Personalmente preferisco una cattura vera o un cappottone storico in acque difficili.

Che non c’erano trote l’ho capito appena sono arrivato sul fiume, nessun collega pescatore e nessuna traccia di presenze recenti. Il primo tratto che ho percorso, a scendere per due km,  inizia in prossimità della zona industriale di Fara Filiorum Petri ed è un sogno.

Dopo aver sondato, per più di due ore, tutto quello che era possibile sondare ho deciso di tornare dove avevo parcheggiato e di spostarmi in auto verso valle, in luoghi più “commerciali” dove i benefici apportati dall’uomo si vedono subito.

Sono già passate le 15.00, è arrivato il momento di archiviare anche questa uscita e tornarsene a casa.